I wanna kill you in Paris

Il trentesimo anno di Like a Prayer

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Di un album che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma esso, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro: gli sembra di non avere più diritto di farsi passare per giovane. E in effetti “Like a Prayer” sembra giovane ma non lo è più. Apparve al principio della primavera 1989, proprio il giorno dell’equinozio, che come da copione era assolato, fresco e azzurro, ed è per questo che l’ho sempre percepito come un album primaverile, in sintonia con la stagione che lo vide nascere, malgrado i suoi temi non siano poi così leggeri e aerei. Arrivava dopo un anno, il 1988, in cui madonnicamente parlando non era successo un beneamato cazzo. Alla periferia dell’impero non è che ci si potesse esaltare più di tanto per una piéce di David Mamet, specie in un’epoca in cui internet era di là da venire e le fonti di informazione più immediate erano rappresentate da telegiornali e carta stampata. Dopo l’incendio e i fuochi d’artificio del 1987, il down era stato pesante. L’impressione che si aveva, e che perdura tuttora, era che questo down riguardasse non solo i fan, ma la stessa Madonna. Il passaggio dal biondo platino al castano l’aveva trasformata da bimba volitiva e esplosiva a giovane donna sempre stronza ma vagamente abbacchiata e rancorosa. Le interviste successive confermarono questa sensazione: il cambiamento di chioma corrispondeva in effetti alla volontà di essere più introspettiva. E di motivi per essere introspettiva la povera crista suprema ne aveva, primo fra tutti il disfacimento del matrimonio con Sean. Ma allora che ne sapevamo? Vedevamo solo un’attrice un po’ cagna che buttava nel cassonetto i fiori di cui la omaggiavano i fan preadolescenti fuori dal camerino di Broadway. Al massimo trapelava qualcosa che lasciava intuire la volontà di voltare pagina e bissare i vecchi successi. Ricordo come fosse ieri poche righe di un’intervista pubblicata nel febbraio o marzo del 1988 in cui, oltre alla volontà di non cantare mai più successi come “Like a Virgin” o “Material Girl” che ormai la stomacavano, Madonna si lasciava sfuggire di aver stupito se stessa scrivendo un nuovo pezzo veramente buono. Ho sempre pensato che quelle parole si riferissero a “Like a Prayer“. Ora non ne sono più così certo, se è vero che quasi tutto “Like a Prayer” fu scritto nel giro di due o tre settimane più o meno un anno dopo quell’intervista. Ma ci si può fidare degli artisti, si possono prendere per oro colato tutte le loro dichiarazioni? E’ molto esaltante pensare che Madonna e Pat Leonard sfornassero capolavori come “Like a Prayer” o “Spanish Eyes” nel giro di un paio d’ore, che li incidessero una sola volta, e lasciassero tutto così com’era perché a ritoccarlo troppo avrebbe perso freschezza. Se sei un fan queste cose ti riempiono d’orgoglio. Ma, onestamente, è possibile? Non posso fare a meno di pensare a Umberto Eco quando ricorda che per una sua celebre poesia “Lamartine scrisse che gli era nata di getto, in una notte di tempesta, in un bosco. Quando morì si ritrovarono i manoscritti con le correzioni e le varianti, e si scoprì che quella era forse la poesia più ‘lavorata’ di tutta la letteratura francese“. Non mi stupirebbe se un giorno si scoprisse che la gestazione di “Like a Prayer” durava in realtà da anni. Certo, è divertente pensare che un capolavoro del genere sia stato partorito in poco tempo da quattro gatti, mentre i recenti aborti hanno richiesto fatiche pluriennali e l’intervento di una pletora impressionante di autori e musicisti. Tuttavia, se solo consideriamo l’elemento della partecipazione di Prince ecco che l’idea di una lavorazione veloce e senza intoppi se ne va allegramente a puttane. Prince sarà stato anche un genio, e sicuramente era in buoni rapporti con Madonna dati i trascorsi amorosi, ma non aveva l’aria di essere un tipetto facile dal punto di vista artistico. Diciamocela tutta: ho la sensazione che fosse un gran cagacazzi. E infatti la povera Madonna confessa che l’apporto di Prince all’album avrebbe dovuto essere più consistente, e di essersi sobbarcata a questo scopo un viaggio fino a Minneapolis, ma di non essere riuscita a resistere più di qualche giorno in quella città dal clima ostile che la faceva sentire “miserabile”. Prince collaborerà “per corrispondenza”, e non oso immaginare quanto sia stata una rottura di cazzo rimpallarsi versi, modifiche, idee e arrangiamenti per telefono. Il tutto si ridurrà a un duetto, e -nei pezzi di apertura e chiusura dell’album- a un paio di celebri schitarrate che a Prince non saranno neppure accreditate (avrà chiesto lui di non essere ulteriormente coinvolto, o sarà stata una bastardata di Madonna? Non lo sapremo mai). La cosa carina è che da tutto ciò Madonna, che all’epoca era già assurta alla dimensione di divinità intoccabile, ne esce come un’artista paziente e tutto sommato umile, capace di sopportare le tirate di culo di un divo capriccioso, tanto indefessa da mollare gli agi losangelini e addentrarsi in nome dell’arte nel regno ghiacciato e un po’ fané di Mary Tyler Moore, così abile da ricavare comunque da tutto questo sbattimento qualcosa di positivo e funzionale alla riuscita finale dell’album. L’idea complessiva che si ricava da queste note di colore è quella di un’artista matura, e in effetti si è sempre parlato di “Like a Prayer” come dell’album della maturità di Madonna. All’epoca però tutta questa maturità non era avvertita in maniera così delineata. Gli arrangiamenti a volte fracassoni a volte infantili traevano in inganno e distraevano dagli accenti più riflessivi. Ma soprattutto la cover dell’album sembrava paradossalmente segnare un passo indietro rispetto alla Madonna platinata e anni 50 di qualche anno prima: era come se dalla chincaglieria firmata Maripol degli esordi Madonna fosse passata ad una chincaglieria più hippy, ma sempre chincaglieria, ignorando totalmente la fase 86-87 in cui la sua immagine si presentava più ripulita e tendente all’essenziale.

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Il sound era un passo oltre quello di “True Blue“. Richiamava epoche passate, giocava in maniera spensierata, bamboleggiava, passava da un’atmosfera all’altra -dai cori gospel al pianoforte, dai violini alle chitarre- si apriva improvvisamente in spiazzanti squarci di contemporaneità. Una cosa era certa: quel sound era tutto tranne che un sound eterosessuale, qualunque cosa ciò voglia dire. Come da questa baraonda di suggestioni e impulsi sia venuto fuori un album coerente e tutto sommato ascrivibile alla categoria del capolavoro, è qualcosa che non smetterà mai di stupirmi. E’ come se tutta l’operazione traesse linfa vitale non soltanto dai propri elementi più azzeccati, ma anche da quelli che francamente sembrano passi falsi: l’arrangiamento infame di “Express Yourself” che neanche una banda di paese, la sottile noia che pervade “Love Song“, il pesantume autocommiserativo di “Promise to Try“, la zuccherosità ai limiti dell’idiozia di “Cherish“, il tono da filastrocca sotto LSD di “Dear Jessie“, la rancorosità pensosa e cheesy di “Oh Father“. Ogni componente, anche la più discutibile, sembra avere la sua ragion d’essere, contribuisce a creare una visione complessiva in cui nulla stona e tutto sembra appropriato. Non è frequente questo miracolo di armonizzazioni; nella carriera di Madonna non si ripete ormai da più di un decennio. All’epoca sembrava qualcosa di non poi tanto straordinario, probabilmente perché fino a quel momento era stato la regola. Anche il classico pezzo d’ispirazione latina, “Spanish Eyes“, si inseriva nel mosaico senza stridere con le altre tessere, forte di una melodia struggente, di un arrangiamento senza macchia, di un testo talmente intriso di quella famigerata vaghezza leopardiana che già aveva caratterizzato “Live to Tell” da risultare ancora oggi oscuro. Nella diversità dei suoni e dei temi sta la forza di “Like a Prayer“: abbastanza variegati da non indurre al tedio, e tuttavia tanto intersecabili e avvicinabili l’uno all’altro da garantire armonia al quadro generale. L’aspirazione alla spiritualità richiama per contrasto l’affermazione di sé e della propria individualità, il disgregarsi della coppia implica la consapevolezza di quanto la famiglia possa rappresentare una fortezza e un porto sicuri, l’infanzia con la sua dolcezza non è esente da ombre e sofferenze, l’amore può dal romanticismo più smemorante trapassare alla sofferenza e all’attesa più disperate. L’impalcatura dell’album sembra reggersi su un gioco incessante di assonanze e opposizioni, che quasi trova eco nella voce di Madonna, questo strumento così vituperato, che passa dalla sua classica pastosità ad inattesi slanci argentini, concedendosi graffi e roche profondità.

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La stessa struttura fatta di richiami e contrasti può ritrovarsi nell’apparato visivo che accompagnò l’album e che si articolava in una serie di video diversi ma accomunati dalla ricerca, dall’eleganza, dagli echi cinematografici. Ognuno sostenuto da un’idea solida e caratterizzato da un’imponenza e da una visionarietà rimaste esemplari. “Like a Prayer” riesce a conciliare gli opposti, e lo fa in maniera naturale: il patchouli con cui fu profumato il vinile richiama la freschezza dei fiori ma anche il senso di morte collegato alla loro inevitabile marcescenza. Pur essendo l’album un album della maturità, in esso si riesce a scorgere un’anima acerba e adolescente, e la magia di questo dualismo si conserva intatta ancora dopo trent’anni dal suo apparire. Il patchouli può senz’altro essere svanito dal vinile, ma permane in qualche luogo della memoria, si sprigiona inesplicabilmente dalla ragnatela delle note, e come tutti i profumi che esistono solo nella mente sembra avere l’inossidabile capacità di trasportare in quella dimensione senza tempo che è propria dell’arte. Un passo oltre la madeleine proustiana, a Madonna non serve ormai neanche un elemento fisico come il profumo per generare il proprio incantesimo: è sufficiente il ricordo del profumo stesso.

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La Regina Betti

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Pare che Ruben Mamoulian, per il finale de “La Regina Cristina”, avesse raccomandato alla Garbo di mantenere un’assoluta neutralità d’espressione. Il suo volto, nelle intenzioni del regista, doveva essere una pagina bianca su cui ogni spettatore avrebbe potuto proiettare le proprie sensazioni. Mi è sempre parsa una cazzata pretenziosa. Lei in definitiva ha sempre la solita faccia da sfinge svedese che ha in mille altre scene, e sinceramente dubito che alla fine di un film -soprattutto di quel film- gli spettatori siano anche solo sfiorati dal sospetto di dover fare certi sforzi. Tuttavia l’idea del vecchio Ruben si attaglia perfettamente alla funzione strumentale propria di un’icona, che è quella di essere usata da chi la venera come schermo su cui riflettere se stesso, riavendo indietro un’immagine potenziata e migliore, utile a trascendere una realtà non sempre facile o gradevole. Quest’operazione ha successo fintanto che l’icona si presta al gioco. Quando comincia ad allontanarsi dalle aspettative che aveva generato smette di essere uno specchio magico e crea problemi non indifferenti al seguace, costretto a venire a patti col reale. E’ un fenomeno che si verifica con le icone forti, che hanno una personalità debordante e insofferente ai limiti del personaggio che l’immaginazione del pubblico cuce loro addosso, o con le icone che non hanno la minima idea di essere tali, o con quelle che quando scoprono di esserlo non gradiscono  molto la cosa. Ma ci sono invece icone talmente evanescenti che non solo è possibile proiettarci qualunque cosa, ma anche essere certi che non tradiranno mai. Prendiamo Betti Villani, talmente evanescente da essere svanita. E’ un’icona? Non lo so. E’ gay? Ne dubito. Esprime delle idee? Ancora meno. Però per tutte le cose che non è io la rispetto, un po’ come Hansel con Sting. Apparve nell’estate del 1988, un anno inutile come tutti gli anni di transizione. Il decennio dell’edonismo reaganiano attraversava la fase di stanca che normalmente precede il colpo di coda prima della fine. A meno di non scegliere come punti di riferimento Tanita Tikaram o Enya -non proprio il massimo- c’era da arrampicarsi sui muri. Kylie cominciava a darsi da fare, ma i suoi cinguettii stentavano ad affermarsi in Italia, e la “risposta europea a Madonna”, Patsy Kensit, aveva già intrapreso quella strada in discesa che l’avrebbe condotta al glorioso duetto con Eros Ramazzotti. Ad un’oscura corista non poteva presentarsi momento più propizio per giocare le proprie carte e colmare un vuoto provvidenziale. Betti Villani va sul sicuro e sceglie Battisti, e il Battisti più vieto, già coverizzato da cani e porci. Quando le chiedono il perché di una cover in spagnolo di “Ancora tu” sbatte gli occhioni e risponde candida “che l’inglese sarebbe stato troppo banale“. La mia reazione all’epoca fu di estrema insofferenza, e sarebbe stata anche peggiore se avessi anche scoperto che una versione in spagnolo di quella canzone esisteva già, ma l’ineffabile Betti aveva ragione. Il sound di “De nuevo tu” è intravenoso, il pezzo diventa un tormentone sulle piste e sulle spiagge e lancia la sua interprete nell’olimpo dell’italo-disco. Un lancio talmente mirato ed efficace che della Villani si perdono le tracce per decenni. Nessuno ha idea di dove sia finita. Sul web si trovano le apparizioni al Festivalbar dell’88 e un singolo passato misericordiosamente inosservato alla fine del primo decennio del 2000. Se proprio avete pazienza e voglia di indagare potete al massimo imbattervi in qualche ricordo della sua amabilità e disponibilità a concedere autografi. Nulla di più. Ci sono meteore che hanno lasciato un’eredità più consistente. Betti è stata una fiammata pura. Fin da subito è apparsa come una crisalide vuota che chiunque avrebbe potuto riempire come voleva. Nessuna sostanza, un’immagine originale quasi come l’idea di fare una cover in spagnolo, un’unica canzone. Uno schermo talmente bianco da essere abbacinante, sfondo ideale di qualsiasi film, anche quelli mentali di un adolescente che nell’attonita estate dell’88 si innamora per cinque minuti di un bonazzo dall’aria macerata incontrato sull’autobus, e che rivedendolo continuamente in altri punti della città non può che canticchiare nella sua testa “de nuevo tu“. Uno schermo che ha pure il vantaggio di essere condiviso con pochi, perché la croce di svariate deliziose icone è quella di appartenere alle moltitudini, mentre le icone vuote e dimenticate regalano un maggiore senso di esclusività, come un amante che è solo nostro e di nessun altro. In questa prospettiva Betti, al pari di altri buchi neri come lei (la definizione di meteora le va stretta), è più imponente di icone del livello della già citata Garbo o, poniamo, di Mina: non solo è sparita dalle scene, è riuscita a far sì che nessuno si accorgesse della sua sparizione.

Brutto senz’anima

Non ho mai capito quando e come sia nata la mia mania per l’albero di natale. E’ qualcosa che si perde nella notte dei tempi. C’è chi nasce con la passione per il modellismo, chi con l’istinto di salvare vite umane, chi col talento per l’arte, chi col senso di rompere i coglioni. Io sono nato con la vocazione per l’albero di natale. Da piccolo osservavo mio padre mentre lo addobbava, e assorbivo avidamente i suoi insegnamenti come Leonardo nella bottega del Verrocchio. Era patente che fossi il suo favorito: di mio fratello si narrava che avesse in passato fatto una strage di preziosissime decorazioni di vetro, evento di cui io non avevo memoria, ma i cui fasti non mancavano di essere rinverditi ogni santissimo natale. Come sempre avviene, l’allievo superò il maestro, e già prima dell’adolescenza ero stato investito del ruolo di vestale dei misteri dell’albero. Credo che la cerimonia del tè abbia rituali meno complicati, e nell’esecuzione dei rituali dell’albero non tollero di essere assistito. Vivo ogni aiuto come un intralcio al punto che anche essere solamente osservato diventa una specie di profanazione. Se vi lascio guardare, significa che vi tengo in altissima considerazione. E’ un po’ come se l’oracolo di Delfi vi ricevesse in camerino prima di dare il via alle pagliacciate misteriche. C’è un preciso ordine in cui i diversi tipi di addobbo (che strana parola, curiosamente assonante con “Giacobbo”) devono essere applicati, e c’è tra questi una gerarchia più immutabile del sistema indiano delle caste. L’albero stesso deve rispettare criteri molto rigidi, e viene scelto sulla base di una procedura al cui confronto quella per l’individuazione del nuovo dalai lama è una cazzata. Sono ammesse concessioni ai gusti personali, purché rispettino principi di armonia, estetica e coerenza, anche se di fatto io sono per la tradizione, ragion per cui il mio albero ideale è quello anni 70. E non si scappa. La visione di alberi decorati solo con gattini neri, o swarovski, o cazzi finti, mi procura un piacere effimero che lascia rapidamente il posto a sensazioni di noia. L’albero non è un divertimento. E’ per questo che sono spietato quando giudico gli alberi degli altri, e soprattutto quelli pubblici. Vedo le imperfezioni. Sento la mancanza di amore. Soffro per  le soluzioni facili e tirate via. Da svariati anni l’albero che dovrebbe rallegrare piazza Nettuno a Bologna mi fa venire gli scompensi. Pare veramente difficile non farlo a cazzo di cane. Quest’anno, come tutti hanno osservato, ha una forma più o meno cristiana, anche se troppo a cipolla per i miei gusti. Con qualche potatina sarebbe stato più dignitoso. Le luci, tutte bianche, hanno l’aria di una rete da pesca buttata lì e drappeggiata senza troppa cura, ma se non altro sono distribuite in maniera regolare e in quantità. Totale assenza di festoni. Addobbi ridotti a globi e stelle di plastica, rossi e dorati -vagamente osceni- alternati con precisione da ragioniere. Sembra un compitino scolastico sbrigato di malavoglia, senza però buttarla totalmente in vacca giusto per non rovinarsi la media. E’ peggio che brutto, è mediocre. Negli anni passati c’era stato un albero smaccatamente storto, orrido quanto volete, ma che ha fottuto tutti con la simpatia. Questo è senz’anima. Brutto senz’anima.

 

 

 

 

Slut shaming ante litteram

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Olivia 2016

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Le ultime dive sono parecchie. Le dive centenarie un po’ meno. Io non so se Olivia de Havilland possa definirsi diva in senso stretto: da piccolo le pareti della mia stanza erano tappezzate di foto di Rita Hayworth, di Marlene Dietrich, di Greta Garbo, di Elizabeth Taylor, di Vivien Leigh, di Bette Davis, di Audrey Hepburn, di Marilyn Monroe (che infanzia all’avanguardia, eh), ma mai mi sarei sognato di mettermi sul letto quella madonnina infilzata della de Havilland. Una cosa è certa: Olivia è centenaria. Credo lo sia sempre stata, solo che da oggi la cosa è ufficiale. Non l’ho mai ricollegata all’idea della giovinezza, neppure quando negli anni 30 si faceva allegramente spupazzare da Errol Flynn. Ho sempre percepito qualcosa di duro e di antico sotto la sua apparenza delicata. Sua sorella Joan Fontaine, se fosse viva, sarebbe probabilmente d’accordo con me: Olivia non le rivolse la parola dal 42 fino alla fine degli anni 70, e tutto per un oscar. Il mutismo si interruppe solo per pochi attimi, in occasione del funerale della madre. Quando si dice portare rancore. Il fascino della de Havilland sta proprio in questo contrasto tra una volontà implacabile e un’aura da damina leziosa e inoffensiva. Qualcosa di simile al ghiaccio bollente della Garbo, o alla carezza che si trasforma in frustata della Dietrich, ma con molto meno glamour. Olivia ha attraversato la storia del cinema con la grazia di un caterpillar. Mentre il mondo si scannava per interpretare Rossella O’Hara lei nemmeno ci provava, e saggiamente lisciava le penne alla moglie di Jack Warner per farsi assegnare, riuscendoci, il ruolo di Melania. Un ruolo percepito universalmente come melenso, ma a ben guardare fatto d’acciaio: tutti, dall’inizio alla fine di Via col Vento, sono succubi di Melania e la trattano con una deferenza inusuale per una scorreggina languorosa e svenevole. Le vecchie stronze di Atlanta, Ashley, Rhett, Mammy: nessuno ha lo stomaco di sottrarsi al suo potere. La stessa ostilità di Rossella è una dimostrazione della forza di Melania, e deve per forza di cose smaterializzarsi di fronte ad essa. E gli altri ruoli scelti da Olivia non sono da meno, hanno tutti la stessa anima ferrigna di Melania. La Charlotte Brontë di Appassionatamente non esita a tributare onori al genio della sorella Emily, ma intanto pubblica romanzi e si gode la notorietà -e soprattutto la vita- mentre Emily si consuma in un letto dimenticato. La Caterina de l’Ereditiera si trasforma senza difficoltà da imbranata timida e desolante a stronzona rancorosa capace di infliggere una vendetta mortale a quel povero cristo di Montgomery Clift, che sarà stato pure un arrivista poco accorto, ma in compenso era tanto caruccio e in definitiva un partito assai più desiderabile di tanti gentiluomini onesti ma pallosi. La Miriam di Piano… Piano, dolce Carlotta -parte per cui Olivia dovette ringraziare una provvidenziale polmonite di Joan Crawford- riesce poi nella rara impresa di rivelarsi più infame di Bette Davis, e per far sembrare Bette uno stinco di santo ce ne vuole. Nel corso degli anni la de Havilland non si farà mancare disastri aerei, sciami di api assassine, fucilazioni di famiglie reali. Riuscirà pure a rimettersi in crinoline come ai tempi di Via col Vento per quella famigerata incursione televisiva nella guerra civile americana che fu Nord e Sud, un polpettone anni 80 a cui mancava solo lei come ingrediente decisivo. Poi decise di ritirarsi a coltivare la propria leggenda, un’erba tenace che -a differenza della sua cotonatissima chioma- non ha mai avuto bisogno di molte cure e che, come da proverbio, non morirà mai. Quando mi capita di andare a Parigi c’è sempre qualcuno che mi raccomanda di farle la posta, un po’ come ne l’Età dell’Innocenza a Ted Archer viene raccomandata una visita alla Contessa Olenska come “una delle tre cose da fare quando si è Parigi”. Una volta ho seguito il consiglio, ma poi mi sono chiesto “chi sono io per comportami diversamente da Newland Archer?”. Così mi sono allontanato alla svelta, perché la medusa sta bene dove sta. In fondo Olivia l’ho vista e la vedo anche troppo, e lo stesso vale per voi, anche se magari non ne siete consapevoli. Avete presente la donnella simbolo della Columbia, quella sfinge drappeggiata in vesti classiche e colorate che da decenni regge una fiaccola con più indifferenza della statua della libertà? E’ modellata su Olivia.

La lunga estate blu 

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L’estate del 1986 non fu un’estate come tutte le altre. Fu l’estate perfetta per avere tredici anni, per fuggire dalla scuola media e per avere i primi assaggi di sesso e amore. Fu anche l’estate che la povera crista suprema decise di siglare col suo capolavoro pop più puro. True Blue apparve infatti quando l’aria iniziava a bruciare e il mare ad apparire in lontananza. Un disco cazzutissimo, in apparenza leggero e svagato, ma capace di segnare a fuoco un’epoca con la potenza che solo le creazioni più essenziali e immediate possono avere. Si inserì nel cuore degli anni 80, al principio di quell’estate di trent’anni fa, come un frutto maturo che aveva assorbito tutti i succhi del decennio e si preparava a perpetuarne il sapore per gli anni a venire. Nel luminoso mattino di fine giugno in cui apparve non potevo ancora immaginare nulla. Sapevo solo che la povera crista che fino a quel momento aveva regnato sulla mia psiche bacata con crocifissi e reggiseni a balconcino aveva deciso di gettare tutto alle ortiche e si preparava a una memorabile sterzata a bordo della thunderbird regalatale dal marito. Tutto l’alone che la circondava -fatto di graffiti, New York, bigiotteria da quattro soldi, colori fluo, capelli stopposi e trasgressione de li mortacci sua- se ne andava allegramente a puttane e si apriva un’era fatta di reminiscenze degli anni 50, bamboleggiamenti, gravidanze indesiderate, amori senza fine coi ragazzi più fighi dell’universo, cofane biondissime che fino ad allora avevo visto solo in testa alle ultracinquantenni più panterone, vestitini di percalle da schiava che torna dai campi, e volant scarlatti che neanche la ballerina di Siviglia. Nessuno ne sentiva il bisogno, ma questa era “la nuova Madonna”, come in maniera pomposa strombazzava il Verbo -Sorrisi e Canzoni-  reazionariamente felice del fatto che la povera crista “ormai avesse dimostrato di essere una vera artista e non avesse più bisogno di scandalizzare nessuno”. Poveri illusi. True Blue sarà anche stato un album romantico, zuccheroso e vacuo come l’interno della bolla di un chewing-gum, ma la stronza non avrebbe rinunciato a imbastardirlo con sesso prematrimoniale, gravidanze adolescenziali, peep-show, e pedofilia all’acqua di rose, facendo incazzare personaggi poi inghiottiti dall’oblio tipo Tipper Gore (che nome di merda è Tipper?). Il che, a ben guardare, era perfettamente in linea con l’aura fifties dell’album: le peggio cose me le hanno insegnate Jimmy Dean e Dorothy Malone, e non avevo neanche dieci anni. Madonna si inseriva in questo solco, e nel modo più insidioso: con bellezza e dolcezza. La cover dell’album fu il colpo basso per eccellenza: perfino Rockstar, all’epoca la mia bibbia, dopo averla inopinatamente paragonata a una corista di un qualsiasi gruppo Motown degli anni 60, dovette riconoscere che “Madonna era bella come un angelo sulla copertina di True Blue”. Deporre le armi davanti a tanta bellezza sarebbe stato automatico: True Blue immagazzinò il calore dell’estate 86 e lo rilasciò per tutto l’autunno, l’inverno e la primavera successivi fino a sommarsi a quello dell’estate 87. Madonna era ovunque, nelle classifiche, in tv, nei video, nelle scritte sui muri delle scuole. E la gente non aveva neanche idea di che cazzo volesse dire “True Blue”, se non solo il suddetto Verbo -Sorrisi e Canzoni- traduceva sbrigativamente con un indimenticabile “Azzurro Vero”, ma addirittura in Argentina l’album veniva con nonchalance tutta latina stampato con un altrettanto indimenticabile “Verdaderamente Triste” in copertina al posto del titolo originale. “Fedele” non sarebbe stato altrettanto d’impatto. Io ero completamente plagiato e asservito, ma avevo ancora la lucidità necessaria per capire che tanta ecumenicità poteva produrre anche risultati negativi, per quanto di dimensioni trascurabili: quello fu il momento in cui tutti coloro che erano stati conquistati dalla strafottenza della sua prima immagine si allontanarono inesorabilmente da Madonna. Lo zucchero piace a molti, ma non a tutti, e queste sono le controindicazioni del pop quando è veramente pop. Pazienza: a distanza di trent’anni il mix assassino di astuzia commerciale e sincerità artistica non sembra aver perso il suo smalto. True Blue è un album talmente lontano dalla perfezione da raggiungerla in maniera quasi miracolosa. E’ di una brevità sconcertante, specie alla luce dei prodotti contemporanei da venti e più canzoni. Dura meno di quaranta minuti, e in questi quaranta minuti riesce ad inanellare una serie di perle, ma anche ad annoverare due o tre pezzi francamente inutili. Come l’inutilità di questi pezzi si perda fino a scomparire in un complesso omogeneo e perfetto rimane un mistero ineffabile. O una magia. Solo la magia del pop poteva indurre un illustre membro dei Rolling Stones ad affermare che “se chi considera i Duran Duran i nuovi Beatles dovrebbe suicidarsi, Madonna non dovrebbe suicidarsi perché le sue canzoni hanno qualcosa di speciale”. Gli Stones erano un po’ rincoglioniti fin da allora. Madonna ci ha messo qualche anno prima di cominciare a dare anche lei segnali di rincoglionimento. Assieme al rincoglionimento sono naturalmente arrivati anche risultati artistici più maturi. Tuttavia True Blue, nella sua ingenuità e freschezza, continua a splendere come una delle ceramiche bianche e azzurre di Luca della Robbia, che già svariati secoli prima del 30 giugno 1986 anticipavano sfacciatamente lo scatto con cui Herb Ritts avrebbe immortalato la trasfigurazione di Madonna da star a icona. 

Death Song


A me questo vezzo di identificare le popstar con fittizi titoli nobiliari è sempre stato sul cazzo. Duchi, principi, principesse, re e regine. Già disprezzo quelli veri, figurarsi quelli finti. Sono troppo snob e non abbastanza parvenu per chiamare qualcuno in questo modo. E mi si stringe il cuore quando quella povera crista di Madonna si riferisce a se stessa come a una regina. Non parliamo di quando lo fanno i fan. Capisco il complesso di inferiorità, ma bisognerebbe avere anche un minimo di senso del ridicolo. Prince si chiamava proprio Prince. Prince Roger Nelson. Voi chiamereste un figlio “principe”? Io neanche morto. Chissà che avevano in testa i suoi genitori.  Qualunque cosa fosse, ci hanno preso. Il destino nel nome. Se oggi mi guardo intorno vedo un sacco di ragazzetti che non hanno nemmeno idea di chi fosse Prince. Per la verità vedo pure gente più matura -coetanei, diciamo- vantarsi di conoscere solo una o due delle sue canzoni. Io sono dell’idea che l’ignoranza sia qualcosa di cui vergognarsi, ma tant’è. Prince poteva pure non piacere, e personalmente ha smesso di piacermi quando si è rincoglionito con la religione e ha iniziato a buttare merda sul proprio passato artistico, ma trovo un po’ triste non avere consapevolezza dell’oggettiva importanza di un artista. Non parlo dei meriti musicali, la mia competenza è limitata se non nulla. Parlo più del ruolo nell’evoluzione del costume e del comportamento. Sembra una cazzata, ma probabilmente non ci rendiamo conto dell’impatto di certe figure sul nostro modo di pensare e di porci rispetto agli altri. Prendiamo certi risultati per scontati, quasi non ci rendiamo conto di averli raggiunti tanto li sentiamo naturali. Eppure basta andare indietro di qualche decennio per capire che non saremmo stati in grado di comportarci oggi in maniera così libera se certe figure in passato non fossero intervenute a creare un punto di rottura. Siamo debitori perfino nei confronti di Boy George, figurarsi nei confronti di Prince. Il suo sound potrà farvi cagare, ma questo nano smilzo fasciato di raso viola, che sfoggiava più pizzi di Lady Oscar e ostentava relazioni con i più grandi troioni dell’emisfero occidentale, era davvero qualcuno e ha influenzato voi e quelli che vi stanno intorno più di quanto possiate immaginare. Sinead O’Connor può confermare. È per questo che oggi mi dispiace per la sua morte. Credevo fosse semplicemente un artista che mio malgrado era entrato a far parte del mio background, come è successo con un sacco di gente che mio fratello mi obbligava ad ascoltare e che quando eravamo piccoli io facevo finta di sopportare. Quando avevo quindici anni entrò a far parte del mio programma di disintossicazione da Madonna: stavo perdendo la vista, mi era proibito leggere e sul finire degli anni ottanta sarebbe stato un po’ difficile passare tutte quelle ore nel buio più assoluto ascoltando solo Madonna. Sarebbe allucinante adesso, figuratevi all’epoca, con soli tre album e una raccolta di remix. Così mi buttai su Bowie e Prince, scegliendo naturalmente le cose più deteriori che avevano prodotto. Non mi sentivo proprio a mio agio. Per dirla tutta mi sentivo una specie di impostore, ma col tempo le cose cambiarono: probabilmente l’amore può essere indotto, e la forza di volontà può veramente tutto. L’anno dopo il pericolo della cecità era passato, e Madonna si era appropriata musicalmente di Prince, dopo che quattro anni prima lo aveva illuso sentimentalmente. Il mio amore per lui scemò, a differenza di quanto successe con Bowie. Amavo la frociaggine etero di Prince, ma il viola e i pizzi avevano finito per darmi la nausea. L’affaire Batman segnò il declino: i supereroi all’epoca mi annoiavano a morte, per non parlare dei colori fluo. Retrospettivamente fu una fortuna; mi sono evitato di sentirmi in imbarazzo per lui ai tempi del rincoglionimento religioso. Prince divenne una delle tante pentole ‘ntronate che girano cent’anni per casa, stanno sempre tra i piedi senza avere una reale utilità, e di cui senti la mancanza quando non ci sono più. Il rincoglionimento, religioso e non, sembra un destino comune a molte popstar. Vivo nel terrore che colpisca in maniera devastante anche la povera crista suprema, soprattutto da quando si sono manifestati i primi sintomi, e per questo cerco di prepararmi psicologicamente. Il fulcro di questo training autogeno è che il rincoglionimento è un po’ come il necrologio: finché non riguarda te, puoi sopportarlo. 

Death on Mars

Blackstar_album_cover

David è sempre esistito. Era uno di famiglia come Mick Jagger, Sting, e qualcun altro che mi verrà in mente quando sarà morto. Quanto me la menava mio fratello con lui. Erano i primi anni 80 e non è che fosse il suo periodo oggettivamente più memorabile. Insomma, trovatemi qualcuno che oggi lo commemori con Tonight. Però ricordo che all’epoca trovavo il modo di infilarlo pure nei temi, e chissà che effetto facesse questo vezzo sul mio professore d’italiano, il già citato Peppinuzzu Pepe, cattolicissimo e coltissimo uomo dalla pelle diafana e fragile come le ali di una falena che cercava punti di contatto con i suoi alunni e tuttavia lo faceva maldestramente citando artisti percepiti allora come più giurassici di adesso, tipo i “Bitus”. Erano bei tempi, immagino anche per David. Non saranno stati gli anni 70 col loro glam, ma insomma, se non altro era ancora vivo e finché sei vivo va tutto bene. Non è che lo amassi visceralmente; gli volevo bene. Si truccava e si vestiva da donna, e rimaneva il Duca, e questo su un bambino di dieci anni qualche effetto lo fa. Era la dimostrazione che l’abito non fa il monaco, o la monaca; era l’incarnazione ante litteram di what it feels like for a girl. Era stato pure con Amanda Lear, mio primo amore nonostante il vocione, o forse anche per quello. Era stato, guarda un po’, il primo artista che la Grande Vecchia aveva visto live, dannandosi perché lontana e perché a quei tempi non c’erano maxischermi: ma si sarebbe ampiamente rifatta. Soprattutto era apparso in Labyrinth. In un’epoca tutto sommato povera di film fantastici, quando ancora non esistevano né i dinosauri né i maghi né le scuole di magia, Bowie trovò il modo di creare un risicato regno fantastico e di estendere il proprio dominio su una landa immaginaria in cui finalmente i bambini di allora potevano evadere. Sarà anche stato un sovrano sinistro, ma curiosamente il suo ghigno aveva un effetto protettivo e rassicurante. Era rassicurante anche come vampiro insieme alla Deneuve. Soporifero, forse, ma la prospettiva di un sopore bianco, gelido, biondo, azzurro e remoto era allettante. C’è stato un periodo in cui l’ho usato per disintossicarmi da Madonna: in fondo era ugualmente accessibile, ma in qualche modo più nobile. Mi inquieta solo che tutti gli artisti che usai negli anni ingrati dell’adolescenza per perseguire questa impossibile disintossicazione siano tutti morti come mosche. David è durato un po’ più a lungo. Ha avuto modo di invecchiare, anche se non so se si può dire. A un certo punto si è creato una specie di negazionismo intorno al suo decadimento, come se tutto il mondo pretendesse da lui la garanzia che una qualche forma di immortalità -fisica, non quella spirituale di cui in fin dei conti non fotte un cazzo a nessuno- esista. In qualche modo il Duca Bianco ha cercato di non disattendere questa richiesta. Certo, a me e a mio fratello nei primi anni 90 venne impossibile non sorridere quando lo vedemmo gigioneggiare e caracollare col suo cappottone nero nel video di Buddha of Suburbia, ma il nostro era un sorriso che comunque non poteva intaccare la sua autorità ormai ben cristallizzata: fatti ‘a nominata e va curcati. E David la nominata se l’era fatta eccome. Ora si è curcatu, e non si può negare che l’abbia fatto con classe: annunciando il suo impossibile ritiro con una specie di delicatezza che forse passerà inosservata e aggiungendo un’altra nota al suo testamento musicale. L’unico dettaglio su cui non ha potuto influire è stata l’età, ma la fortuna lo ha assistito consentendogli di accumulare un numero di anni che -anche da prima dei tempi di gainsbourg e della birkin- ha una inevitabile connotazione erotica: 69.

La Vie En Sean

COVER HAITISean e Madonna sono la dimostrazione che l’amore esiste e non muore con quei due poracci di Al Bano e Romina.

Il vento e il leone

leoneLa morte di Sergio Leone mi è sempre stata sul cazzo per diversi motivi, tutti validi. Era un bell’orsone. Nell’ultimo periodo pare stesse lavorando a un remake di Via col Vento, e non so perché ma sento che solo lui avrebbe potuto creare qualcosa di veramente memorabile. E poi girava per casa con ste tuniche improponibili che perfino 25 anni fa mi affascinavano tanto da farmi pensare “non vedo l’ora di diventare vecchio grasso e con una gran barba bianca solo per potermi vestire così”.